2010: L’anno della Cina in Italia
La “Cina è vicina” recitava un vecchio film di Marco Bellocchio. Ed è proprio vero pensando alla situazione odierna. Lontana dall’isolamento degli anni di Mao, il paese dell’Asia orientale più popoloso del mondo, si sta aprendo al mondo occidentale, ai suoi mercati, nonostante la nostra idea di apertura è abbastanza diversa da quella del Partito Comunista cinese, unico detentore del potere. La questione del Tibet, le facili detenzioni, la mancanza di libertà d’espressione, infatti, fanno della Cin
a una nazione dove libero mercato e libertà individuali non sempre coincidono. Per quanto riguarda le relazioni con il nostro paese, la Cina mantiene sempre buoni rapporti nel settore di economia e commercio. L’Italia è uno dei partner commerciali più importanti per la terra d’oriente; nel 2008 l’interscambio è stato pari a 38 miliardi di dollari, siamo il quarto partner commerciale della Cina nell’Unione Europea. Questi scambi si esplicano attraverso l’esportazione dalla Cina di prodotti meccanici, elettronici, tessili e di abbigliamento, chimici e materie plastiche; da parte sua l’Italia esporta macchinari, attrezzature, prodotti chimici, pelli e gli articoli in pelle, strumenti ottici e prodotti medicali. Nel 2008 i numeri che fotografano la situazione degli scambi commerciali tra i due paesi si sono fermati su un export pari a 6,4 miliardi di euro (+2,1%) e un import quattro volte superiore (23,6 miliardi). Tali dati, però, sono stati sicuramente influenzati dall’ultima crisi che, non ha lasciato indenne neanche la super potenza orientale, traino dell’economia globale. La Cina sotto la spinta della recessione economica, sta cercando, quasi disperatamente e con un massiccio piano di investimenti interni ( ben 486 miliardi di dollari), di riconvertire velocemente la propria economia produttiva di esportazione a un tipo di economia che possa crescere anche grazie al consumo interno. Secondo Adolfo Urso, sottosegretario allo Sviluppo Economico con delega al Commercio Estero, questa riconversione dell’economia cinese, che ovviamente presuppone un percorso di qualche anno, accrescerà il mercato interno cinese anche per quanto riguarda le esportazioni italiane. Per il futuro, quindi, nel campo del commercio tra il nostro paese e la Cina, le aspettative e le previsioni sono assai positive. Come ha rivelato un’indagine realizzata da Piepoli insieme con l’Asian business group, nel 2010 la classe media cinese rappresenterà il 13% della popolazione, ovvero 350 milioni di consumatori: è questo il target su cui il “made in Italy” deve puntare, a partire dai settori che hanno un più elevato valore aggiunto come la moda e l’agroalimentare. Proprio per questi motivi, nel luglio di quest’anno, sono stati stipulati ben 38 accordi per un valore complessivo di 2 miliardi di dollari, tra gli imprenditori cinesi e l’Italia. La Fiat é il gruppo più attivo per numero e valore degli accordi, il gruppo torinese ha stretto intese per altri 225 milioni di dollari. Il marchio Fiat sarà esportato in Cina, Ferrari e Maserati hanno stretto affari con Pechino per l’esportazione di auto e componenti. Gli accordi interessano anche Fiat Powertrain e Cnh Italia (macchinari agricoli). A siglare intese anche altre aziende italiane di primo piano come: Ansaldo Breda (gruppo Finmeccanica) ha stretto una partnership per un valore di 42 milioni di dollari per la commercializzazione sul mercato cinese di componenti di veicoli metropolitani, il gruppo Manfrin, la Vpa attiva nel settore della gioielleria di lusso che ha stipulato un accordo del valore di 140 milioni di dollari in cinque anni. Questo 2010 sembra essere l’anno della Cina in Italia, ovvero l’anno in cui i due Paesi, grazie alle numerose iniziative e progetti, rafforzeranno le proprie relazioni economiche e punteranno a raddoppiare il valore dell’interscambio.
Nonsolosabato