Il sottosviluppo: un problema risolvibile

17 gennaio 2010 at 11:28 pm (Uncategorized)

Un bambino dal ventre gonfio e con gli occhi sofferenti che esprimono una richiesta d’aiuto. E’ questa un’immagine piuttosto comune, esemplificativa delle condizioni in cui vivono molti bambini nei paesi sottosviluppati. La povertà, le pessime condizioni igieniche, la fame, le malattie, rappresentano per milioni di persone la dura realtà da affrontare quotidianamente. Fino ad ora sono state tante le promesse e poche le azioni concrete, da parte dei paesi industrializzati, per cercare di risolvere problemi come la fame nel mondo e la povertà. Nel 1996, alla conferenza della Fao di Roma, l’ONU si pose un obiettivo: dimezzare la popolazione in estrema povertà (chi vive con meno di 1 $ al giorno) entro il 2015. L’ obiettivo è fallito, nessun passo effettuato per cercare di raggiungerlo. Il termine è stato spostato al 2025 e, nel frattempo, la grande recessione ha fatto aumentare la fetta di popolazione mondiale che soffre la fame (da 854 milioni a un miliardo). Non bastano lunghi elenchi di dati, riguardanti il numero di persone che  muoiono ogni anno a causa di malattie come la tubercolosi o per la mancanza di acqua, pubblicati ogni anno, per cercare di cambiare la situazione esistente. Bisogna fare di più. I paesi industrializzati, vista la mancanza di risultati sino ad ora raggiunti, dovrebbero rivedere, riorganizzare le loro politiche commerciali e i sistemi di aiuti destinati ai paesi sottosviluppati. Ciò è possibile, lo si può intuire ad esempio da quanto ha affermato Tony Blair. L’ex primo ministro inglese, infatti, ha sostenuto che l’aumento dell’1% della quota del commercio mondiale produrrebbe per l’Africa un vantaggio dell’ordine di 70 miliardi di $. Si tratta di una cifra che è ben sette volte maggiore degli aiuti promessi nel 2005 dal G8 di Glenagles. Ma questo non basta. Innanzitutto sarebbe opportuno dare maggior copertura mediatica a quei paesi la cui popolazione vive in condizioni estreme. Non si deve, come spesso accade, lasciare che si formi una sorta di cono d’ombra o che si verifichino dei veri e propri assurdi mediatici. A tale fine sono necessarie campagne di sensibilizzazione che, anziché generare una temporanea sensazione di compassione, facciano sentire e diano la percezione di un problema reale, che deve, perché può, essere risolto. Solo in questo modo, si può sperare che dalla gente  cosiddetta “comune” arrivino aiuti dettati dalla consapevolezza di cosa accade in alcune zone del mondo.

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